Ade non era per niente un bravo ragazzo

Ho già scritto un post su Facebook ma sono stata incoraggiata ad ampliare il discorso. Per chi non conoscesse il mio lavoro, eccomi: sono Sveva Basirah ed oltre che di femminismo e femminismo islamico, mi occupo di survivor (sopravvissute alla violenza). Sono stata anch’io una vittima di violenza ed il mio percorso mi ha resa un’attivista competente. Aiuto le donne (e non solo) in relazioni tossiche e/o violente, nella fuoriuscita e nel post-violenza.


Ho appena visto sulla bacheca di Olimpo: gioie e disagi dei disegni su Persefone e Ade. La pagina è quella di un progetto di illustrazioni a tema Olimpo, in cui ogni personaggio è rappresentato con grandi tenerezza e ironia. A me piace molto; tuttavia, le suddette vignette meritano un grosso call-out.

Parto con una premessa: questo è un articolo di critica (anche feroce) su più fronti, ma non di condanna totale e spietata dell’autore o della pagina. I call-out sono un’occasione di crescita e l’errore di comunicazione in cui Olimpo è incappata è davvero molto frequente. Spero, infatti, che questa analisi avvii delle riflessioni sul fenomeno culturale della romanticizzazione della violenza e sul riconoscimento della stessa.

Una breve parentesi sui personaggi della nostra storia. La leggenda greca racconta del rapimento di Persefone da parte di Ade, dio degli inferi. Il dio raggiunse la terra, in Sicilia, per scegliere una moglie e, invaghitosi a prima occhiata della ragazza, la portò via di forza e all’improvviso. Demetra, dea delle coltivazioni e del raccolto, riuscì a scoprire che la figlia fosse nel regno dell’Oltretomba e si rifiutò di salire all’Olimpo se Zeus non avesse preso una decisione; Zeus, da mediatore, ma anche da padrone e da connivente, fece in modo che il fratello Ade mandasse Persefone sulla terra 6 mesi all’anno, senza rimediare totalmente al rapimento.

La serie di illustrazioni che vi sto segnalando cercano di riadattare il mito e definire i personaggi, cercando di rendere coerenti il mito del rapimento (Esiodo – Teogonia) e i racconti di devozione e rispetto (Omero – Inno a Demetra). Il post parla di “chiarire questa contraddizione e far coesistere entrambe le rappresentazioni cercando di rispettarle“.
Persefone parla ad Ade, dicendogli che riconosca quanto il rapimento non sia stato “amore”, ma solo egoismo; eppure, continua, seppur da un rapitore ci si aspetti solo violenza, il consorte è riuscito a stupirla offrendole rispetto e tenerezza. “Poi ho capito che le persone non sono né completamente buone, né completamente cattive, che a volte le azioni più atroci vengono commesse spinti non dalla cattiveria ma dalla sofferenza“.
Dice, poi, di perdonarlo e di scegliere di rimanere con lui.

Parlare (bene) di violenza

Per quanto dolce possa sembrare, tutto questo è terribile e di una tossicità altissima. La narrazione è molto tossica per vari motivi che provo a riportare suddivisi per punti:

🏛️ L’idea per cui una relazione violenta (di qualsiasi tipo) sia fatta solo di violenza è un’idea sbagliata e promossa da tale post. Quando si ha un partner violento, si possono vivere anche dei momenti che percepiamo come momenti di felicità, a volte anche molto intensa, o di tranquillità. In realtà, questi periodi si chiamano “bombardamento d’amore” (love bombing) e sono parte del ciclo della violenza; sono periodi necessari alla coltivazione della dipendenza affettiva dell’altra persona perché l’illusione di star soddisfando il suo bisogno di amore e affetto riescono a confonderla, a crearle dei ricordi a cui aggrapparsi e costituiscono, nel ciclo della violenza, dei momenti di lieve “ripresa” e di respiro su cui puntualmente una vittima di violenza s’adagia, anche per sfinimento.

🏛️ Quel che non trapela affatto dal post, è che una relazione che si basa sul rapimento (sia esso effettivo o metaforico) è una relazione che si basa sul potere. Laddove non c’è consenso (entusiasta e informato), c’è violenza. Sì, una vittima di violenza può anche sembrare entusiasta, ma il lavoro di manipolazione può essere altrettanto forte. Tutto quel che si basa sull’infrazione del consenso, è un abuso.

🏛️ L’abuso è SEMPRE una scelta. Qualsiasi sia la motivazione che sta dietro a un abuso, è bene ricordare che non ci sono scuse né giustificazioni dietro un abuso. Anche chi soffre di una patologia o di un disturbo, come il disturbo narcisistico di personalità, sa che cos’è un abuso, sa di perpetrarlo e di esserne colpevole. Tutti soffriamo, ma non tutti facciamo del male e questo è fondamentale: esiste una differenza abissale tra la vittima e il carnefice, divario che non può essere bypassato dal pressappochista “siamo un insieme di bene e male” o “non siamo né del tutto male né del tutto bene“.
Riconoscere di essere vittima è una fase fondamentale perché ridistribuisce le responsabilità e ci permette di acquisire più fiducia nel nostro giudizio: se sei tu la vittima del rapimento o di qualsiasi altro abuso, di certo l’altro è chi ti ha oppresso e di certo quel che ti ha detto e dato a intendere su di te è falso – che sia, anche, che sei un pezzo di carne da poter prendere e portare a spasso a proprio piacimento, perché sei solo una donna, in fondo, o qualcosa “di meno”. Capirti vittima ti legittima a poter uscire dalla violenza senza più sentirti piccola e colpevole, legittima la tua rabbia e ammette che tu possa avere solo e soltanto la responsabilità di te stessa, della tua sicurezza e della tua felicità.

🏛️ La narrazione per cui lei “poi capisce che” infantilizza la donna (II vignetta). La donna non capisce che la violenza che le è stata fatta era fatta per il suo bene, pertanto è una bambina; quando lo capisce, grazie a lui, allora è cresciuta e maturata. Questo, ovviamente, nella logica maschilista che ci accompagna e ci uccide da secoli. La nostra cultura percepisce una donna matura e virtuosa come una donna che trova ragion d’essere nella sottomissione, che riconosce di aver bisogno di una guida e s’adatta alla gabbia dorata.

🏛️ Il ritratto di una donna innamorata e dipendente non è da elogiare, e non è da romanticizzare una donna che si fa forza per sopportare una situazione di costrizione e abuso. Questo è successo similmente anche alla narrazione sulla vita di Frida Kahlo, donna vista come innamorata fortissima e resistente, quando in verità parliamo di una donna che nonostante le mille lettere di sensata ribellione al trattamento tossico che le riservava Diego Rivera, non si è mai sottratta alla violenza. Obbedire o resistere e “ribellarsi” senza fuggire non sono delle qualità. Sono illusioni di non essere fragili e vulnerabili in un rapporto di dipendenza, violenza, abuso. Non sto dicendo che chi adotta questa strategia nella propria relazione tossica sia da condannare, bensì che indicare questo comportamento come il più giusto, il più tenero, il più virtuoso, il più checcazzoneso, è sbagliato e deleterio.

🏛️  In questa cornice, la frase “l’amore è quella condizione per cui la felicità di una persona è essenziale alla tua felicità” (di Robert A. Heinlein) diventa veramente ancor più problematica di quel che è in sé (III vignetta). Chiaramente la felicità delle persone che amiamo influisce sulla nostra e viceversa, tuttavia ci sono due aspetti da considerare: da una parte, la felicità non dipende soltanto da quella altrui, ma da moltissimi altri aspetti della nostra vita, e sovraccaricare un* partner di significati è un’attitudine romantica pericolosa che nel migliore dei casi porta a un rapporto disfunzionale; in questo caso particolare, c’è da dire che in una condizione d’abuso parlare di “essenzialità” significa parlare dell’effetto dell’isolamento nelle relazioni tossiche. La prima arma dell’abuser è isolare la/l* partner e diventare così il suo passato, presente, futuro, unico punto di riferimento e unico confidente; in un certo senso, un dio, il sole a cui ruota attorno tutta la vita della vittima. Nelle relazioni tossiche la vittima dell’abuso si sente portata a cercare la felicità del partner e alleviare le conseguenze del suo malumore cercando di essere all’altezza o adeguata alle aspettative (sempre più alte) del carnefice, il quale è spesso perennemente insoddisfatto di lei e “deluso”, adirato dal primo consiglio o minima critica che questa possa rivolgergli e/o abituato a riversarle addosso il suo malessere e la sua frustrazione.

Cosa ci ha lasciato Franca Viola

La storia di Persefone è quella di Proserpina, ma quanti nomi delle donne rapite in tutto il mondo potremmo citare? Infiniti e disparati, anche attuali.
In Italia c’è una storia di rapimento (e di stupro) fondamentale per la nostra narrazione, quella di Franca Viola. Anche questa vicenda è ambientata in Sicilia.

Franca Viola è una donna siciliana nata nel ’48 e tutt’ora vivente. E’ stata la prima donna (nota) a ribellarsi al matrimonio riparatore, dopo esser stata rapita e violentata. Questa bella usanza che lei ebbe il coraggio di rigettare da noi è stata legge fino all’81 – e solo 15 anni dopo lo stupro divenne reato contro la persona e non più contro la morale. Cito da un articolo di Abbatto i Muri:

Il costume del matrimonio riparatore sopravvisse nella cultura occidentale fino a tempi molto recenti: in Italia fino al 1981, allorché un uomo commetteva, nei confronti di una donna nubile e illibata, stupro o violenza carnale punibile con la pena prevista dall’art. 519 e segg. del codice penale, per evitare il processo o per far cessare la pena detentiva inflitta, poteva offrire alla ragazza il matrimonio riparatore cancellando così ogni effetto penale e sociale del suo delitto (art. 544 cod. pen., ora abrogato). Se la ragazza rifiutava la riparazione offerta subiva il disprezzo sociale, e non si sarebbe più sposata.

Capiamo cosa successe a Franca Viola. La giovane allora diciassettenne fu rapita nel 1965 da Filippo Melodia, accompagnato da una dozzina (precisa) di amici. Erano stati fidanzati, ma poi Melodia fu respinto dalla famiglia poiché accusato di furto ed appartenente alla famiglia mafiosa dei Rimi. Dette fuoco alla loro casetta in campagna, distrusse un loro vigneto, s’ingegnò finché non decise di ricorrere alla vendetta su quel che considerava, ormai, sua proprietà. Fece irruzione in casa della ragazza con i suoi complici, distrusse tutto e ne malmenò il padre Bernardo, poi la rapì e la tenne digiuna e segregata dal 26 dicembre al 6 gennaio ’66, quando la polizia li trovò. La stuprò. Ovviamente, aspettandosi che la legge volgesse a suo favore, come anche le consuetudini del tempo tese a preservare l’onore della famiglia.

Franca Viola non accettò. “Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce“.
Nonostante la paura, fu avviato un processo. Fu faticoso e Melodia ne inventò di cotte e di crude per screditarla, ma lei non venne meno a un’udienza. Questo venne condannato a 11 anni, ridotti a 10 e a due anni di soggiorno in Emilia Romagna; dopo due anni dall’uscita dal carcere venne ammazzato con un colpo di lupara. E via dicendo.

Sebbene Franca Viola venne considerata, all’epoca, una svergognata e una disonorata, divenne un modello e un simbolo di coraggio e autodeterminazione, pietra miliare nella storia culturale di questo paese. E pensare che il matrimonio riparatore fu abolito una quindicina d’anni dopo, una trentina d’anni fa, che sulla linea del tempo corrisponde a un soffio.

Il rapimento e il matrimonio riparatore (nonché il matrimonio coatto, o forzato, regolato in Italia solo dall’anno scorso) sono forme d’oppressione che sono tutt’ora in voga in varie parti del mondo e che, volenti o meno, vivono ancora nel nostro substrato culturale. Dopo anni di lotte, udienze da incubo e casi su casi di violenze (che ho, in minima parte, descritto anche più su nel loro funzionamento) e rapimenti… è possibile che si parli ancora di quanto possa esser giusta o avere risvolti positivi, una violenza? E’ possibile che un rapitore, o un abuser in generale, venga giustificato e gli vengano date le attenuanti? Con una vignetta, forse, sembra tutto più leggero. Eppure non lo è affatto. L’illustrazione romanticizza un rapimento, un abuso, con grande “tenerezza” e nonchalance. E’ la riduzione estrema di un progresso che ci siamo conquistate con enorme fatica e sangue, indice del fatto che non abbiamo ancora capito cosa sia la violenza, come funzioni e come riconoscerla.

Brutto tentativo di clickbaiting?

Nonostante il titolo in grassetto, questa parentesi è breve e incisiva.

Sarà la deformazione professionale, eppure appena ho letto il post ho pensato “ah, stiamo ancora a parlare di rapimenti?”. Solo una settimana fa è uscita la prima intervista a Silvia Aisha Romano, la quale affermò che i suoi rapitori non le fecero alcun male e dimostrarono gentilezza nei suoi confronti. Sebbene le storie di questi rapimenti siano molto diverse, la parola “rapimento” deve essere rimasta nell’aria come un messaggio subliminale. Parlare oggi di un rapimento in cui il carnefice è “mosso dalla sofferenza” ed è gentile e premuroso risulta quantomai furbo, ma offensivo. C’erano tutti i momenti possibili e immaginabili per parlare di gente rapita, o di dèe rapite, questo è stato veramente il meno azzeccato. A meno che non valga solo quel che pensa l’algoritmo di Facebook.

Questa ha fatto male.

In conclusione

E’ stata una bella pappardella, ma garantisco di poter essere molto più tagliente quando si parla di cattive narrazioni riguardo la violenza e l’abuso, o quando si fa una comunicazione scorretta intrisa di romanticismo tossico e cultura dello stupro (intesa come cultura avversa alla cultura del consenso, essendo lo stupro una violazione del consenso). Ogni pagina che abbia una bella visibilità dovrebbe stare molto attenta a quello che scrive, canta, disegna, condivide in merito alla questione delle relazioni tossiche, perché alimentare certe idee deleterie rafforza una cultura che ci uccide, letteralmente.

Dopo un rapimento si dovrebbe parlare solo di vittima e carnefice. Anche qualora si tratti di un mito (soggetto a interpretazioni e racconti diversi, complicato e via dicendo), visto che il mito nasce dalla cultura quanto la cultura viene influenzata dal mito. Non dovremmo parlar d’egoismo, ma di violenza e senza esitazione. Il ritratto di una lei innamorata (e dipendente) non è da elogiare né da imitare. L’illusione di un lui “buono” è quella che ci porta veramente alla tomba.

Ho visto moltissimi commenti entusiasti, di persone (moltissime donne) commosse. E lo capisco, una volta lo sarei stata anch’io (e lo ero, prima di trovare quello che pensavo fosse il mio “dio”), ma oggi, da survivor e da attivista competente, posso affermare che questa è una grossa trappola culturale da cui dobbiamo uscire al più presto.
Prima di finire con un Ade.

Ade e Persefone per il Bernini. Sembra proprio dire ” m’hai rapito ma tutto sommato sei un bravo ragazzo”!

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